Scrivendo da orecchiante e dopo venti e passa anni ancora tale mi considero, il greco non mi pare una lingua particolarmente ostica, se si ha l’accortezza di limitarsi solo alla parola parlata, se invece si ha la velleità di avventurarsi anche nella lettura prima e nella scrittura poi, qualche difficoltà é bene metterla in conto, ma d’altra parte l’uso di qualsiasi alfabeto non latino presenta le sue gatte da pelare almeno per noi.


Comunque, parafrasando quanto da altri scritto in similari occasioni, i bambini indigeni debbono essere davvero intelligenti se fin da piccoli riescono a parlare in greco!


Personalmente, avendo supposto durante le vacanze estive di aver imparato il minimo indispensabile per sopravvivere, all’inizio della mia permanenza lavorativa nella terra degli dei, ho avuto qualche piccolo problema quando ho insistito nel voler acquistare scarpe di misura spropositata (sarantaenea, 49) per il mio piede assolutamente normale (sarantaena, 41); per non parlare della richiesta di un tè “piccolo” quando mi é stato chiesto se lo volevo con il latte confondendo “me gala” con il latte appunto, con “megalo”, grande, ma questi sono stati errori di gioventù, diciamo così.


Qualche equivoco può essere generato invece da espressioni come “prendimi” o “ti prendo” per dire “telefonami” o “ti telefono”: una gentile signora che voleva che la chiamassi la sera si é trovata davanti la porta di casa il malcapitato scrivente che era andato a “prenderla”, e fortuna volle che la parola fosse detta in un contesto non equivoco, ché altrimenti, per un “prendimi” ci poteva scappare anche l’aggressione a fini sessuali!


Continua a lasciarmi perplesso il fatto che di una donna che abbia belle gambe, e se ne vedono a volontà, si debba dire che ha dei “bei piedi”, ma d’altra parte anche il braccio si chiama “mano” e quindi incomprensibile risulta qui la nostra espressione di “prendere la mano con tutto il braccio” ché già in Grecia é così, e spesso non solo per un fatto di lingua.


Ritornando alla aneddotica, sarà colpa della linguaccia che mi ritrovo che tante soddisfazioni mi ha dato e ha dato, in tutti i sensi, quanti guai mi ha procurato e ha procurato; sarà colpa della solitudine perché è inutile che ti vengano le battute se non hai l’uditorio; sarà che tra predicare e razzolare c’è sempre la solita faccenda che se una cosa la si fa bene non è detto che si faccia altrettanto bene l’altra; sarà colpa di Dio solo sa cosa, ma dopo essermi detto mille volte quanta attenzione bisogna prestare per non urtare la suscettibilità di nessuno, non ho saputo resistere alla tentazione.


E’ noto che se per dire una cosa in italiano occorrono dieci parole, in inglese ne bastano un paio ed in greco non meno di un centinaio.


Avendo chiesto che mi si traducesse l’espressione “tutto compreso” si sono aperte lunghe e febbrili consultazioni tra i miei traduttori per trovare un equivalente altrettanto incisivo e non il solito discorso di mezza pagina e la cosa si presentava sul complicatuccio tanto che non ho potuto fare a meno di tirare fuori la mia solita analogia: se la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai generali, figuriamoci lasciare il greco in bocca ai greci!


Non vi dico come è stata accolta, ma vi assicuro che a costo di dare del dispiacere a chi dico io, me la taglio, la lingua intendo, piuttosto che usarla per dire cose giuste a gente sbagliata.


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io e il greco

Autore: Alfonso Lamartina, che da alcuni anni vive a Naxos, dove, con la moglie Dolly, gestisce il B&B LA CASA DI DOLLY

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